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CACCIA I SOLDI! A MILANO LA CLASS ACTION CHE FA TREMARE REGIONI E DOPPIETTE

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Un credito enorme su tutto il territorio nazionale, miliardi di euro con gli arretrati. Centinaia di migliaia di creditori che neppure sanno di esserlo. Un decennio di compensazioni non pagate. La servitù sui fondi agricoli imposta dall’articolo 842 del Codice civile potrebbe costare cara alle casse delle Regioni. Dipenderà anche dall’esito della causa-pilota che la Lega per l’abolizione della caccia e un gruppo di cittadini, assistiti dall’avvocato Claudio Linzola del foro di Milano, stanno per avviare nei confronti della Regione Lombardia, per ottenere l’accertamento e il pagamento (con interessi e arretrati) degli indennizzi dovuti ai proprietari dei fondi compresi nel TASP (territorio agro-silvo-pastorale) dove i cacciatori, in forza dell’art.842 del Codice civile, possono entrare liberamente .
La questione, in fin dei conti, è semplice, i dettagli, forse, un po’ più complicati. Recita l’art.842: “Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno”. In tutti gli altri casi, il cacciatore può entrare. E chiudere il fondo – l’unico rimedio efficace – può risultare molto costoso. Quella creata a carico dei fondi agricoli è una vera e propria servitù – ricorda l’avvocato Linzola – e come tale dev’essere indennizzata. La legge sulla caccia, infatti, lo prevede espressamente, all’articolo 15, commi 1 e 2: “Per l’utilizzazione dei fondi inclusi nel piano faunistico-venatorio regionale ai fini della gestione programmata della caccia, è dovuto ai proprietari o conduttori un contributo da determinarsi a cura della amministrazione regionale in relazione alla estensione, alle condizioni agronomiche, alle misure dirette alla tutela e alla valorizzazione dell’ambiente. All’onere derivante dalla erogazione del contributo di cui al comma 1, si provvede con il gettito derivante dalla istituzione delle tasse di concessione regionale di cui all’articolo 23”, cioè la licenza di caccia. Però in Lombardia, come in altre Regioni italiane, i proprietari  che si sono rivolti alla Provincia o alla Regione per veder riconosciuto il loro diritto, si sono visti rispondere che il contributo è dovuto solo a chi apporta migliorie. “La legge – obietta Linzola – parla chiaramente di estensione e condizioni agronomiche oltre che di valorizzazione dell’ambiente. Chi avrà apportato migliorie potrà forse ottenere di più, certo gli altri non possono essere esclusi”. A quanto potrebbe ammontare tale indennità? Un punto di partenza per il calcolo è offerto proprio dall’art.38 della legge 26/93 della Lombardia sull’istituzione della aziende faunistico-venatorie, sostanzialmente “riserve di caccia” gestite da concessionari privati. La legge regionale fissa un’indennità annuale per ettaro a favore dei proprietari di fondi coattivamente inclusi nelle aziende venatorie: si va da un minimo di 51,65 ad un massimo di 103, 29 per ettaro. Chi invece sopporta la servitù semplicemente in forza dell’art.842 del codice civile non prende un centesimo. “Per quanto ne so – prosegue il legale della Lac – nessuna Regione ha correttamente provveduto a pagare il contributo previsto sulla caccia”. E a questo punto, aggiungiamo noi, si capisce perché: solo in Lombardia gli ettari dove si svolge la caccia sono 1.277 mila. Ipotizzando un’indennità medio-bassa di 70 euro per ettaro/anno, la Regione Lombardia dovrebbe pagare ai proprietari 89,39 milioni per il solo 2011. Se si considera che negli ultimi 10 anni, non “prescritti” nulla è stato pagato, gli arretrati – senza gli interessi – ammontano ad oltre 890 milioni solo per la Lombardia. A livello nazionale gli ettari dove si può cacciare sono 18 milioni… Se il giudice ordinario darà ragione ai proprietari lombardi, se ne vedranno delle belle. La Regione dovrà pagare i proprietari, e i cacciatori dovranno pagare molto, molto di più la licenza di caccia.
L’art.842 è stato due volte oggetto di referendum, nel 1990 e nel 1997: in entrambi i casi il quorum non fu raggiunto, ma i sì furono milioni. Periodicamente la proposta di abolizione è ripresentata in Parlamento. Da ultimo, va segnalato l’ Atto Camera 3844 (Catanoso, Genoese ed altri) ispirato dall’allora ministro Brambilla, presentato il 9 novembre 2010 ed assegnato alla commissione Agricoltura, che non ne ha neppure iniziato l’esame.

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