CACCIA, PERCHE' DICO NO

CACCIA, PERCHE' DICO NO

73
CONDIVIDI

Molti si chiedono perché in Italia le associazioni ambientaliste siano così contrarie alla caccia,
mentre in altri paesi, a parte l’avversione morale contro chi uccide per divertimento, non si registrino che poche contestazioni, da parte degli ecologisti, contro l’attività venatoria.
E i cacciatori italiani, soprattutto i loro dirigenti, fingono di meravigliarsi del fatto che, nel resto d’Europa, pure in paesi come la Finlandia o la Danimarca, ove il WWF è presente e il numero di cacciatori, rispetto alla popolazione, assai alto, non vi siano le proteste, le accuse, le denunce, i ricorsi contro la caccia che invece in Italia sono all’ordine del giorno. E furbescamente insinuano che non da motivi ecologici i naturalisti siano mossi, ma da preconcetti animalisti, inspiegabili in chi ancora non adotti una dieta vegetariana.
Quello che le associazioni venatorie non spiegano è l’enorme differenza che esiste tra la caccia come viene esercitata in Italia e quella di altri paesi.
Al di là, ripeto, da considerazioni morali ed etiche che tutti condividono, in tutta Europa (e direi in tutto il mondo), l’attività venatoria è equiparabile a qualsiasi forma di utilizzo delle risorse naturali. Nel senso che, come in un bosco si abbatte ogni anno una percentuale di alberi commisurata all’incremento legnoso della foresta, così, su popolazioni animali controllate e censite, il prelievo viene attuato con razionalità al fine di non intaccare il capitale rappresentato dalla fauna selvatica. Una pratica che da noi viene condotta solo nelle Riserve di caccia delle Alpi, dove però si continuano a uccidere animali in estinzione come la pernice bianca, la lepre alpina e il gallo forcello.
Un secondo punto di grave conflitto è rappresentato dal famigerato articolo 842 del Codice Civile.
Si tratta di una norma, inserita nel 1942 per stimolare la preparazione guerresca degli italiani, la quale consente, ai soli cacciatori, (e non ai pescatori, naturalisti, escursionisti, pittori, fotografi, balie ecc.) di penetrare armati nei terreni altrui senza chiedere permesso ai proprietari e ai conduttori del fondo.
In tutto il pianeta (e anche in Francia, paese che se la batte con noi per l’invadenza e la pressione del mondo venatorio) non esiste tale incostituzionale e vergognosa norma.
Questa è alla base dell’anarchia e del nomadismo venatorio, dell’invadenza dei fucili nelle colture, nella mancanza di una gestione naturalistica da parte dei proprietari, costretti, anche se amano gli animali, a dover subire l’arroganza di chi imbraccia un’arma.
Il secondo punto discriminante tra noi e il resto d’Europa (a parte Malta e Cipro) è il fatto che la massima parte delle prede dell’esercito venatorio è costituita da piccoli uccelli.
Ancor oggi decine di milioni gli uccellini canori, spesso insettivori, dall’aspetto piacevole e dai costumi migratori (e proprio per questo amati e rispettati nelle nazioni del Nord Europa da cui provengono e in cui nidificano) cadono vittime delle fucilate o intrappolati nelle reti per divenire tristi richiami dei loro simili in libertà. E ogni anno, i governi regionali, quasi uniformemente succubi dei cacciatori, tentano di riammettere alla caccia specie deliziose come i fringuelli e le peppole, condannandole alla sorte che già colpisce i merli e le allodole, i tordi e i passeri, gli storni e le tortore.
Questi i motivi principali della generale avversione degl’italiani nei confronti della caccia..
Ma ce ne sono altri, non meno gravi.
Tra questi: l’opposizione a qualsiasi forma di tutela del territorio che li escluda, impedendo, in molte aree, la creazione di parchi e riserve, lasciandole così esposte al degrado e alla speculazione edilizia.
Oppure la resistenza alla sostituzione, prevista dalle norme, con pallini d’acciaio dei pallini di piombo che avvelenano le specie acquatiche, dai fenicotteri alle anatre selvatiche.
Contro tutta questa situazione il WWF si batte da anni, sia organizzando referendum, come quello del 1990 – non celebrato per la mancanza del numero legale, (soprattutto al Sud) anche se 18 milioni di italiani votarono per l’abolizione della caccia – sia creando ovunque aree protette, sia agendo con i suoi validissimi volontari contro il diffusissimo bracconaggio.

Commenti

commenti