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FIDO E NOI: CON LE NUOVE REGOLE, A RISCHIO LA LOTTA CONTRO LA PIAGA DEL RANDAGISMO

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Qualche passo avanti, molti indietro. È un giudizio a luci ed ombre quello delle associazioni di protezione animale sul testo del proposta di legge “Nuove norme in materia di animali d’affezione, di prevenzione e controllo del randagismo e di tutela dell’incolumità pubblica”, licenziato nei giorni scorsi dalla commissione Affari sociali della Camera, che dovrebbe sostituire la vecchia legge 281. Ora la parola è passata alle commissioni consultive. Poi si vedrà se ci sono le condizioni per proporre la sede deliberante e abbreviare quindi l’iter del provvedimento.
Tra gli aspetti positivi ci sono di sicuro l’impianto generale che correttamente punta a responsabilizzare chi decide di acquistare o tenere in casa propria un animale d’affezione (una decisione da non prendere mai a cuor leggero, per i doveri che comporta); il carattere di vero e proprio “testo unico” che raccoglie in sé la normativa nazionale oggi fatta di svariate leggi, ma anche di ordinanze a carattere temporaneo, da rinnovare di volta in volta, e l’istituzione dell’anagrafe felina, uno strumento indispensabile per la tracciabilità dei gatti e per la prevenzione del loro abbandono. Ancora: la definizione di obblighi precisi per i Comuni, l’introduzione di parametri stabiliti a livello nazionale per quanto riguarda i requisiti tecnico-gestionali dei canili sanitari e rifugio, la specificazioni che i canili e gattili debbano avere come scopo prioritario le adozioni.
Tutte rose e fiori dunque? Non precisamente. In questo caso la “giostra” degli emendamenti ha fatto più male che bene. È pericoloso per il benessere degli animali, ad esempio, escludere dall’applicabilità gli allevamenti professionali. Semmai proprio questi ultimi hanno bisogno della definizione di standard precisi. Le modifiche apportate all’articolo 3, poi, sono in aperta contraddizione con il positivo principio della responsabilizzazione dei proprietari. Non si può eliminare un vincolo essenziale, come quello imposto a chiunque decida di far riprodurre un animale, di cedere i cuccioli solo a persone in grado di gestirlo correttamente. Le conseguenze potrebbero essere pesanti per l’animale, venduto o ceduto fino all’abbandono o alla rinuncia di proprietà (se prevista dalla legge regionale) e per la comunità, costretta a farsi carico di tutti gli animali ceduti incautamente a persone che non possono o non vogliono veramente prendersene cura. La sterilizzazione, inoltre, non può essere uno strumento cui si ricorre “preferibilmente”. Siamo in Italia: se non c’è una cogenza, è forte il rischio che tutto rimanga come prima. Invece occorre impedire che il randagismo continui da essere alimentato da quella che è e resta la sua fonte principale: la riproduzione incontrollata degli animali che hanno un padrone. Altri passi indietro sono rappresentati dall’abolizione della figura del “cane libero accudito”, che finisce col riversare altri oneri sulla collettività, e soprattutto dall’abolizione della banca dati centralizzata dell’anagrafe canina/felina. Col bel risultato che un cane smarrito, magari, durante una gita fuori Regione rischierà, come avveniva prima del 1998, di restare in canile per molti mesi o perfino a vita.
Il fenomeno del randagismo è troppo grave e troppo diffuso nel nostro Paese, perché possiamo permetterci di perdere un’occasione così importante come la “nuova 281”. Dal 2007 si aggira per le cronache e per i siti una stima, fondata su valutazioni spesso piuttosto “estemporanee” delle Regioni, che parlano di circa 600 mila cani vagabondi. Le uniche certezze sono gli ingressi nei canili sanitari, presi in considerazione per distribuire le risorse del fondo per la lotta all’abbandono, e le sterilizzazioni dei gatti: rispettivamente nel 2009 (ultimo dato disponibile) circa 95 mila ingressi e poco meno di 59 mila sterilizzazioni. Che cosa ci sia dietro nessuno lo sa, perché i randagi non li conta più nessuno. “Ad occhio” si tratta di un fenomeno imponente, soprattutto al Sud.

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