LA BISTECCA CHE COSTA TROPPO AL PIANETA

LA BISTECCA CHE COSTA TROPPO AL PIANETA

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Ci sono almeno tre buoni argomenti per problematizzare l’enorme consumo di carne di cui l’umanità è oggi protagonista. Il primo è di ordine morale e dice che uccidere altri animali per cibarsene è eticamente sbagliato. All’obiezione che l’uomo non è certo l’unico animale carnivoro, e che dunque mangiare carne è una pratica naturale, la filosofia vegetariana risponde che l’uomo è tuttavia in grado di mettere in discussione le proprie abitudini e di correggerle, a fin di bene, laddove queste risultassero moralmente censurabili.
Un secondo argomento è di ordine sanitario: il consumo di carne, ovvero il suo consumo eccessivo, è causa di problemi alla salute quali obesità, ipertensione, diabete, cardiopatie, tumori, senza considerare i casi di patologie estreme provocate dalle moderne tecniche di allevamento, tra cui l’utilizzo di ormoni della crescita, antibiotici o cereali chimicamente contaminati.
Ma c’è un terzo argomento, che non ha ancora goduto dell’attenzione necessaria, e che evidenzia come l’enorme industria globale della carne rappresenti, sotto vari profili, un grave e crescente problema ambientale: emissioni di metano nell’atmosfera, inquinamento organico delle falde acquifere (entrambi provocati dalle deiezioni degli animali da allevamento), iperconsumo di cereali per alimentare gli animali, perdita di territorio naturale. Un dato, fornito da Jeremy Rifkin nel suo Ecocidio, descrive plasticamente la questione: secondo le stime delle Nazioni Unite, i bovini allevati nel mondo erano, venti anni fa, un miliardo e 280 milioni e occupavano “direttamente o indirettamente” il 24% della superficie terrestre”. Un dato che non necessita di commenti per quanto sia roboante, e che possiamo facilmente immaginare in crescita, perché in crescita è la corsa a nuovi spazi da destinare all’allevamento, soprattutto bovino, e il consumo di natura che ne consegue.
Tra le cause di crisi della biodiversità che il nostro pianeta vive, la perdita di habitat naturali è senza dubbio ai primi posti. E tra le cause di tale perdita, un ruolo di spicco è giocato proprio dalla cultura dell’alimentazione bovina, ovvero dalla sua entità smisurata. Ogni anno riduciamo le foreste pluviali di Asia e Americhe, desertifichiamo ulteriori ed ampie aree africane, consumiamo nuovi spazi naturali in molte zone europee, soprattutto dell’est, e con esse perdiamo specie animali, uccelli, mammiferi, insetti, piante, insomma quell’incredibile pluriverso di vite, colori, forme, segni, intelligenze, differenze, che chiamiamo astrattamente biodiversità. E tutto ciò, anche per via di questa “febbre della bistecca” che sale continuamente di temperatura. Una “monocultura del gusto”, potremmo dire, parafrasando Vandana Shiva e pensando, al contrario, alla grande varietà cui l’alimentazione umana potrebbe attingere, guadagnandoci in salute, benessere, redistribuzione della ricchezza, moralità.
I tre argomenti, quello etico, quello sanitario e quello ambientale, funzionano indipendentemente l’uno dall’altro ma fanno anche segnare delle evidenti convergenze. Eliminare la carne dalla nostra dieta o ridurne e moralizzarne il consumo (attraverso l’attenzione al biologico, ai chilometri zero, all’umanizzazione degli allevamenti, alla biodiversità) significa fornire contemporaneamente un contributo al benessere di animali, uomo e natura. Significa disegnare, anche sotto il delicatissimo profilo dell’alimentazione, una società umana più giusta e intelligente, con maggiori chance di sopravvivere e di sopravvivere meglio. Insomma, un’umanità con maggiori chance di futuro. Non so se arriverà mail il giorno in cui il lupo e l’agnello dormiranno assieme, come recitano le speranze di pace e armonia planetaria, religiose o laiche che siano. Ma certo, con un grado di saggezza in più, con una più profonda cultura e pratica ecologista, le vite di entrambi, lupo e agnello, e la nostre stesse vite, potrebbero essere migliori, senza dover attendere secoli.

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