Specie alloctone: che fare?

Specie alloctone: che fare?

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Di tanto in tanto si rinvigorisce e alimenta la ormai vecchia polemica tra coloro che ritengono, con mia estrema semplificazione, eticamente non accettabile eradicare una specie aliena o meglio alloctona da un territorio e coloro che al contrario, ritengono prioritaria l’eliminazione con tutti i mezzi efficaci.
Credo che tale schematismo renda difficile un terreno comune di dialogo e alimenti piuttosto scontri ideologici di cui abbiamo poca necessità.
In Italia dove facilmente ogni discussione si sposta su queste sabbie mobili, ciò conduce di fatto ad un immobilismo dannoso.
L’ultimo fatto che di nuovo ha alimentato questa polemica è la questione dello Scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) e la sua eradicazione dalle aree ove esso si è insediato e da dove questa specie si sta diffondendo.
Indubbiamente se il confronto si pretende di disputarlo esclusivamente su un piano emozionale, etico o viceversa, tralasciando completamente le sensibilità di alcuni per invocare una scientificità super partes la possibilità di affrontare e risolvere il problema mi appare del tutto impossibile.
Per tentare di risolvere la questione ritengo necessario partire da un terreno comune o comunque che può accomunare visioni diverse: quello della biodiversità e dalla sua definizione elaborata, condivisa, dalla comunità scientifica, assunta, avvalorata da istituzioni ai massimi livelli come lo IUCN e l’ Unione europea successivamente ratificata e inserita in normative internazionali e a cascata fino a quelle nazionali.
La biodiversità è un bene inalienabile che va difeso con i mezzi disponibili da quelli tecnici a quelli normativi fino a quelli culturali. Nella valutazione della biodiversità non vanno tralasciate le questioni etiche, estetiche e i servizi eco sistemici che ambienti ben conservati e ricchi di biodiversità riescono ad offrirci anche dal punto di vista economico.
La biodiversità d’altra parte, non è una sorta di Arca di Noè, all’interno della quale sono imbarcati quante più specie possibili. E’ molto di più. Essa comprende oltre che il numero di specie, le diversità genetiche anche le relazioni tra le specie che contribuiscono a diversificare gli habitat e con ciò a mantenere in equilibrio un ambiente.
Anche nelle aree dove la presenza dell’uomo è meno invasiva le specie naturalmente si confrontano, alcune si espandono altre comprimono i propri areali, talune irrompono in nuovi territori altre naturalmente scompaiono.
Addomesticamento di specie, traslocazione di alcune, trasformazione di interi ecosistemi hanno accompagnato la nostra presenza da almeno diecimila anni a questa parte. Talvolta con effetti catastrofici per centinaia, migliaia di specie.
Oggi, grazie alle straordinarie potenzialità dell’uomo di alterare ambienti con la sua invasività, è stato capace di modificare sensibilmente l’intera biosfera, fenomeno mai riuscito ad alcuna altra specie.
Dunque la biodiversità è un bene di cui l’uomo dovrebbe essere, come tutte le specie un fruitore, sapendo coglierne in più anche il suo valore scientifico, estetico ed economico.
E’ ormai riconosciuto in modo unanime che tra i fattori che maggiormente influiscono sulla biodiversità vi sono le specie aliene, non autoctone e che, seppure il fenomeno appare difficilmente arrestabile, esso va comunque contrastato e limitato dove ve ne siano ancora le possibilità.
Ciò ci conduce al problema da cui eravamo partiti, esemplificativo di molti altri analoghi: quello della presenza di nuclei di Scoiattoli grigi e delle operazioni da intraprendere per arginare la diffusione ed eradicare i nuclei che altrimenti escluderebbero la presenza della specie autoctona.
L’ipotesi di una loro sterilizzazione, seppure praticabile, non sembra priva di rischi. Tecnicamente appare possibile malgrado i costi molto elevati e il rischio di una elevata mortalità durante le diverse fasi, e forse anche una cattura e una sterilizzazione selettiva degli individui.
Così come appare estremamente dispendiosa una cattura degli individui e successiva stabulazione in ambienti predisposti.
Tra i rimedi praticabili per una loro eradicazione vi è anche una soppressione che deve avvenire con mezzi che non comportino per l’animale inutili sofferenze.
Tali operazioni di eradicazioni, dolorose, perché comunque comportano con tutte le attenzioni, un certa sofferenza per l’animale e dispendiose, sarebbero del tutto inutili se un incisivo intervento non venisse effettuato per interrompere la filiera della loro commercializzazione.
Basta entrare in un qualsiasi negozio che commercia animali o nelle fiere per ritrovare un po’ di tutto e non è difficile prevedere una volta acquistati e una volta costatata l’impossibilità di detenerli in casa, perché magari si accrescono troppo o semplicemente perché un qualsiasi animale comporta un significativo impegno, molti non trovino di meglio che rilasciarli, magari in buona fede, in qualche luogo.
Accanto all’interruzione della filiera di commercializzazione è necessario dunque anche un’opera di sensibilizzazione delle persone che li renda responsabili del fatto che un animale non può essere trattato alla stregua di un oggetto e che talvolta la liberazione di essi in natura comporta per l’individuo una probabile morte o in altri casi, ancora peggio, un danno ambientale non facilmente quantificabile.
Il più delle volte il rilascio in natura costringe queste povere bestiole ad una vita di stenti e probabilmente ad una morte per inedia o di altro tipo, in alcuni altri casi, al contrario, ad un insediamento nel territorio. Purtroppo in quest’ultimo caso gli esempi sono numerosi per tutte le classi di vertebrati per non parlare poi di invertebrati.
Dai pesci acclimatati nei nostri fiumi come il pesce siluro sul Po fino ai rettili come la Testuggine dalle guance rosse agli uccelli come le colonie di Pappagallo monaco, di Parrocchetto dal collare oltre alle numerose specie introdotte con finalità venatorie, fino ai molti mammiferi tra cui la nutria, e il già citato Scoiattolo grigio, la Tamia siberiana e altri.

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