NON MANGIAMO CUCCIOLI

NON MANGIAMO CUCCIOLI

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Quante volte abbiamo sentito il sacerdote invitare i fedeli a “scambiarsi un segno di pace”? Ciascuno di noi, oggi, può dare questo “segno di pace” e indirizzarlo ad una comunità vastissima: quella delle creature che condividono con noi il dono della vita.
Ciascuno di noi può scegliere di non mangiare carne di agnello o capretto a Pasqua. Non è una tradizione cristiana, né tantomeno un obbligo, semmai un’usanza sempre meno seguita: cibarsi di cuccioli a Pasqua significa solo alimentare un’industria in lento declino, che comunque ogni anno costa la vita a circa 4,5 milioni di animali in tenera età. Secondo i dati Istat, il “picco pasquale” del 2010, in marzo, ha condotto al macello circa 812 mila capi tra agnelli, agnelloni e capretti, mentre nell’aprile 2011 ne sono stati sacrificati circa 711 mila. La mattanza di questa settimana riguarda prevalentemente animali di 30-40 giorni, nati dopo cinque mesi di gravidanza delle madri, la cui fecondazione è regolata in maniera tale da poter portare i piccoli al macello quando pesano appena 8-12 chili. Per quanto mi riguarda, davvero non riesco a capire –agnello, capretto o porcetto – come si possa arrostire un neonato.
Sento già echeggiare le obiezioni: gesto vano e velleitario. Direi piuttosto – è questa la mia replica – gesto simbolico, pregnante proprio perché riguarda i più piccoli, gli indifesi. Non mangiare carne di agnello e di capretto significa mandare un “segno di pace” agli animali e al pianeta, le cui risorse l’uomo sfrutta senza sosta e, spesso, senza criterio. Significa, in piccolo, chiedere “scusa” per il nostro vizio di sovraprodurre e sovraconsumare. Poi tutto tornerà come prima? Io credo di no. La somma di tante piccole rinunce può essere il principio di un grande cambiamento. Buona Pasqua a tutti.

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