Pinky e lo spleen del Venerdì Santo

Pinky e lo spleen del Venerdì Santo

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Era il venerdì prima di Pasqua del 1998, una giornata fredda, gonfia di vento e di pioggia, come si addice al giorno che i cristiani dedicano alla via Crucis e alla morte del Cristo. Esattamente all’ora in cui scrivo (le 15) avevo una vanga in mano e l’amico contadino, che stava davanti a me, mi disse: “Lascia fare a me, che sono più pratico”. Non m’importava nulla se le lacrime scendevano copiose sulle guance mescolandosi alle gocce che il vento spingeva con forza verso i campi. Un’ora prima Pinky, il più straordinario gatto che ho avuto, giaceva in sala operatoria e dal suo ventre delicatamente aperto dal chirurgo, s’intravedeva un grappolo di more che avevano invaso fegato e pancreas. L’ho portato in macchina avvolto in un telo azzurro e mi sono diretto verso la campagna, nella tenuta del mio amico che scavava la buca con pochi colpi di vanga incurante della pioggia che gli cadeva sul cappello di feltro. Secondo filare a destra, terzo olmo. Lì sotto c’è Pinky e sto partendo per andare a trovarlo e scambiare due parole con lui e con uno di quei contadini che, senza falsa commozione o pianti farisei, sa che mi deve lasciare qualche minuto da solo. E capisce perfettamente il perché.
Ogni anno si ripete il rito e così sarà finchè ci saranno il contadino, i filari di vite e i rari olmi cui i rami si avvinghiano. Sono un laico e credo fermamente che Gesù sia stato un uomo e che forse la sua vita sia stata straordinaria, come le pochissime notizie storiche pervenute adombrano, però davanti a quell’olmo sotto il quale giace lo spirito di Pinky, ravviso le immagini della sofferenza di tutti gli uomini e di tutti gli animali che hanno percorso assieme questo tratto di strada, qui su questa terra e mi piace pensare che Pinky mi ascolti, che la sua risposta sia nello stormire delle fronde e che forse un giorno ci rivedremo davvero. E che io mi sbagliavo a non credere.
Arrivederci Pinky e Buona Pasqua a tutti, anche a loro.

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