ISTAT, “IMPERMEABILIZZATO” IL 7,7 PER CENTO DEL TERRITORIO NAZIONALE

ISTAT, “IMPERMEABILIZZATO” IL 7,7 PER CENTO DEL TERRITORIO NAZIONALE

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Il soil sealing, o sigillatura del suolo, e l’energia da fonti rinnovabili rappresentano due risultati opposti dell’azione antropica sull’ambiente. L’indicatore sull’impermeabilizzazione, che costituisce una delle forme piu’ evidenti di consumo del suolo, fornisce informazioni importanti sull’espansione delle superfici artificiali nelle aree urbanizzate (superfici asfaltate o cementificate) e produttive (infrastrutture e attivita’ industriali). E spicca che nel 2017 le coperture artificiali pesino per il 7,7% sull’intero territorio nazionale, secondo le stime dell’Ispra. Con una distribuzione geografica difforme che va dal 2,9% di Verbano-Cusio-Ossola, Aosta, Matera, Nuoro al 41% di Monza-Brianza. La presenza di queste coperture si traduce in una perdita di circa 23mila kmq di suolo nazionale, solo nell’ultimo anno la perdita complessiva e’ stata di 52,1 kmq. Lo dice l’Istat con l’aggiornamento annuale del sistema di indicatori del Benessere equo e sostenibile dei territori, riferiti alle province e alle citta’ metropolitane italiane, coerenti e integrati con il framework Bes adottato a livello nazionale.
Le aree del Nord sono tra le piu’ interessate alla sottrazione di suolo per impermeabilizzazione, con cinque province (Verona, Vicenza, Venezia, Treviso e Bolzano) che in un solo anno, dal 2016 al 2017, hanno perso ciascuna tra i 200 e i 300 ettari di suolo naturale. Il maggiore contributo e’ in assoluto quello della Lombardia, con il 13,4% delle coperture nazionali e una perdita nell’ultimo anno di oltre 3mila chilometri quadrati (2mila quelli persi in Veneto). L’incidenza delle coperture artificiali varia tra le province delineando un gradiente che segue anche quello orografico-produttivo-urbano. Le province della Valle d’Aosta, della Liguria, del centro Italia e del Mezzogiorno presentano generalmente valori inferiori al 10%. Fanno eccezione Prato (15%) Roma (13,5%), Lecce (14,5%), Ragusa (15,4%) e Napoli (34%). Tra il 2012 e il 2017 il fenomeno ha avuto un andamento crescente in tutte le province e compreso tra il +0,2% di Biella e il +3,1% di Viterbo. Quelle che attualmente hanno meno del 5% della propria superficie in condizioni di impermeabilizzazione, come Viterbo, Matera e Caltanissetta, hanno consumato piu’ del 2% del proprio suolo in questi 6 anni. Nelle citta’ metropolitane e’ maggiore l’effetto dell’urbanizzazione e la conseguente diffusione di coperture artificiali. In particolare Napoli e Milano presentano estese superfici artificiali, che coprono tra i 400 e i 500 kmq di territorio con valori rispettivamente del 34% e del 32%. Qui, dal 2016 al 2017, la perdita di suolo e’ stata di circa 1 kmq.
A fronte di questo fenomeno di transizione di parte degli ecosistemi naturali verso quelli artificiali, l’intervento antropico puo’ porre rimedio con scelte volte al contenimento delle pressioni sull’ambiente. Una di queste e’ l’orientamento verso la produzione di energia rinnovabile. La quota di consumi interni di energia elettrica coperti da fonti rinnovabili (31,2% la media-Italia), dopo diversi anni di sostanziale stabilita’, ha segnato una lieve riduzione complessiva tra il 2016 e il 2017 (-2 punti percentuali circa). In controtendenza la provincia di Caltanissetta che in cinque anni ha aumentato del 127% la propria quota, seguita da Nuoro (+89%). Incrementi di varia entita’, ma diffusi, hanno interessato anche tutte le province di Basilicata e Puglia. Nel 2017 la produzione ha superato ampiamente i fabbisogni interni (cioe’ e’ superiore al 150%) in 7 province italiane: Sondrio (415,5%), prima assoluta in Italia, Crotone (290), Aosta (243), Verbano-Cusio-Ossola (234), Foggia (221), Bolzano (169), Grosseto (151). Pur essendo il territorio italiano uno dei piu’ virtuosi nel contesto europeo per quanto riguarda la produzione e l’utilizzo di energia alternativa sostenibile, circa la meta’ delle province italiane resta ancora su livelli inferiori al 27%, valore-target definito nell’ambito del “quadro per il clima e l’energia 2030” adottato nell’ottobre 2014 dall’Unione europea. Tra queste, le aree produttive del Nord sono quelle ancora piu’ lontane dall’obiettivo.

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