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LOBBY CONTRO LA LEGGE CHE CHIUDE GREEN HILL: LA LAV RISPONDE A GARATTINI

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Com’era prevedibile, l’aula della commissione XIV del Senato (“Politiche dell’Unione europea”, non “Igiene e Sanità”) ha fatto da grancassa alle “preoccupazioni” per l’art.14 del ddl comunitaria 2011 espresse dal professor Silvio Garattini, dell’Istituto ‘Mario Negri’ di Milano, da Roberto Caminiti del Dipartimento di fisiologia dell’Università di Roma La Sapienza e da Gianni Dal Negro dell’Associazione italiana per la scienza degli animali da laboratorio. La norma in discussione, come licenziata dalla Camera, prevede tra l’altro il divieto di allevare sul territorio nazionale cani, gatti e primati destinati alla sperimentazione e l’obbligo di effettuare gli esperimenti su animali ricorrendo all’anestesia: “Tali principi – afferma Michela Kuan, biologa, responsabile LAV settore Vivisezione – non vieteranno la sperimentazione su animali, ma saranno volti principalmente a limitare le sofferenze nell’animale, a implementare la diffusione dei metodi alternativi (realtà riconosciuta scientificamente dal 1959 e voluta da decenni per legge ma che non viene nemmeno citata durante la formazione universitaria) e ad avere una ricerca più trasparente grazie a rigidi controlli e sanzioni.”
“Da troppo tempo l’ambito sperimentale è un sistema chiuso che non prevede il rigore scientifico su cui dovrebbe essere basato e l’articolo in discussione prossimamente al Senato, tenta di riconoscere gli animali come esseri senzienti (vedi art.7 e Trattato di Lisbona) e di diffondere una ricerca basata sul principio delle 3R nel nostro Paese, che nemmeno pubblica la L.413/93 sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale, negando agli studenti il diritto di poter scegliere”, prosegue Michela Kuan.
Mentre il professor Garattini sostiene che “la ricerca sui cani è necessaria per i test di tossicità, e quella sulle scimmie ha permesso di trovare i farmaci che curano l’Aids”, la LAV ritiene doveroso ricordare che in questo ambito sono stati ampiamente utilizzati i macachi (la specie importata e venduta dalla Harlan) inoculati però con un virus “simile” all’HIV: l’SIV, che non infetta la specie umana. Nel 1989 si riuscì a vaccinare i macachi contro l’SIV e nel 1990 iniziarono le prove di vaccinazione dell’uomo contro l’HIV, ma ad oggi nessun vaccino efficace è stato trovato. Per arrivare poi nel 2005 alla dichiarazione del Dr.Hu, ricercatore del Washington National Primate Research Center: “L’efficacia dei vaccini contro l’HIV non può essere valutata con il modello SIV”.
“Il caso del farmaco attualmente più usato contro l’AIDS, l’AZT, è indicativo di come la sperimentazione animale rappresenti un alibi per produrre farmaci piuttosto che una necessità scientifica. L’AZT venne approvato nel 1987, fu introdotto sul mercato in base a studi clinici e nonostante provocasse cancro vaginale a topi femmina. Si disse, infatti, che ‘il cancro nei roditori non è necessariamente indice di cancro nell’uomo'”, afferma la biologa Michela Kuan, responsabile LAV settore Vivisezione.
Rispetto ai test di tossicità su cani, l’uso di altre specie come modello sperimentale è scientificamente errato; non a caso significativi progressi si sono ottenuti grazie a osservazioni cliniche, a studi epidemiologici, a innovazioni tecnologiche (es. dalle indagini al microscopio ai modelli matematici), all’uso di colture di cellule umane, simulazioni al computer, modelli sintetici basati su dati già noti sulla specie umana.
La sperimentazione animale è una pratica obsoleta e fuorviante che continua a comportare ritardi nel progresso di una scienza veramente utile per l’uomo. Infatti vi sono molte importanti scoperte mediche che non vengono accettate perché non possono essere “provate” da esperimenti animali, benché siano solidamente basate sull’evidenza clinica. Inoltre non esiste obbligo di valutazioni retrospettive, l’indice di fallimento del modello in vivo supera il 90% e le reazioni avverse ai farmaci sono altissime: circa 197mila europei muoiono ogni anno a causa di reazioni indesiderate dei farmaci, la quinta causa di morte negli ospedali (stime pubblicate dall’Ufficio dei consumatori nell’UE).

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