CASSAZIONE: LINEA SOFT SU RESPONSABILITÀ DANNI DEI RANDAGI

CASSAZIONE: LINEA SOFT SU RESPONSABILITÀ DANNI DEI RANDAGI

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Maglie piu’ larghe sulla responsabilita’ degli enti preposti a vigilare sul fenomeno del randagismo: possono essere chiamati a rispondere dei danni provocati da animali randagi non solo i Comuni, ma anche le aziende sanitarie, o comunque gli enti preposti individuati dalle leggi regionali, ma la loro responsabilita’ va accertata caso per caso, sulla base della situazione avvenuta in concreto. Lo ha sancito la sesta sezione civile della Cassazione, con un’ordinanza depositata oggi, con la quale ha accolto in parte il ricorso presentato dall’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza contro la decisione della Corte d’appello di Catanzaro che aveva condannato l’ente a risarcire una confraternita religiosa con oltre 9.700 euro per i danni causati a un mezzo di sua proprieta’ da un cane randagio che aveva improvvisamente attraversato la strada. “Ai fini dell’affermazione della responsabilita’ per i danni cagionati da un animale randagio – si legge nella decisione dei giudici di ‘Palazzaccio’ – non basta che la normativa regionale individui l’ente cui e’ attribuito il compito di controllo e di gestione del fenomeno del randagismo e neanche piu’ quello specifico di provvedere alla cattura ed alla custodia degli animali randagi, occorrendo anche che chi si assume danneggiato, in base alle regole generali, alleghi e dimostri il contenuto della condotta obbligatoria esigibile dall’ente e la riconducibilita’ dell’evento dannoso al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria, in base ai principi sulla causalita’ omissiva”. Quindi, va verificato “il tipo di comportamento esigibile volta per volta e in concreto dall’ente preposto dalla legge al controllo e alla gestione del fenomeno del randagismo” per vedere se si sia davvero di fronte a una “mancata adozione di tutte le precauzioni idonee a mantenere entro l’alea normale il rischio connaturato” a tale fenomeno e se la situazione che ha provocato il danno “fosse anche evitabile con uno sforzo ragionevole”. Nel caso in esame, ad esempio, l’incidente era avvenuto su una strada al di fuori del centro abitato: “occorrerebbe dunque – rileva la Cassazione – che sia acquisita prova dell’esistenza di precedenti segnalazioni della presenza abituale di animali randagi nel luogo dell’incidente, lontano dalle vie cittadine, ma rientrante nel territorio di competenza dell’ente preposto, ovvero che vi fossero state nella zona richieste di intervento dei servizi di cattura e di ricovero, demandati alla Asl e al Comune, rimaste inevase”.

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