COVID E VISONI, LAV: BASTA TENTENNARE, SERVE CHIUSURA TOTALE DEGLI ALLEVAMENTI

COVID E VISONI, LAV: BASTA TENTENNARE, SERVE CHIUSURA TOTALE DEGLI ALLEVAMENTI

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“Nell’interesse della Salute Pubblica, un definitivo divieto all’allevamento di visoni in Italia sarebbe una misura appropriata, precauzionale e proporzionata, ma il Ministro della Salute ancora tentenna ad assumere questa decisione responsabile, per gli animali e per le persone”, dichiara Simone Pavesi, Responsabile LAV Area Moda Animal Free.

Il ciclo “produttivo” dei visoni è terminato a dicembre con l’abbattimento degli animali per ricavarne le pellicce, mentre nelle gabbie ora restano i riproduttori, che dal mese di marzo verranno utilizzati per riportare a pieno regime gli allevamenti; ad allevamenti semi-vuoti e nonostante le misure di biosicurezza vigenti da quasi un anno, l’epidemia di SAR-CoV-2 tra i visoni non si ferma, ed agli oltre 400 focolai del 2020, tra Europa e Nord America, se ne aggiungono di nuovi.

La Svezia, che nel 2020 ha riscontrato 13 focolai sui 40 allevamenti attivi, tra le misure preventive anti-Covid ha disposto a tutto il 2021 la sospensione dell’attività di allevamento dei visoni. La decisone è maturata a seguito di una Valutazione del Rischio circa la “probabilità di nuovi focolai di SARS-CoV-2 negli allevamenti di visoni, la ulteriore diffusione e l’impatto sulla Salute Pubblica”1 rilasciata dall’Istituto Veterinario Svedese (SVA) e l’Agenzia Svedese per la Sanità Pubblica dopo che gli esiti dei test sierologici effettuati sulla popolazione di visoni (i riproduttori rimasti negli allevamenti) hanno documentato una diffusione del coronavirus ben più ampia di quanto emerso con i soli test virologici: in tutti gli allevamenti sono stati trovati animali con anticorpi al SARS-CoV-2.

In Spagna, altri 2 focolai a gennaio, che vanno ad aggiungersi al primo rilevato nel 2020. La scoperta è avvenuta casualmente, in quanto la Spagna non sta implementando uno screening diagnostico preventivo nei visoni e se gli animali non manifestano sintomi (è consolidato che i visoni sono per lo più asintomatici nell’infezione da SARS-CoV-2), non è possibile intercettare per tempo la malattia.

Così, solo dopo che alcuni lavoratori nei 2 allevamenti sono risultati malati di Covid19 le autorità sanitarie hanno posto sotto osservazione gli animali, ed i test virologici effettuati hanno dato esito di positività.

In Polonia, è della scorsa domenica l’annuncio del Governo2 di un primo allevamento focolaio.

La Polonia, con circa 700 allevamenti e 5 milioni di visoni, è tra i primi produttori mondiali, e solamente dal mese di dicembre ha avviato un blando monitoraggio che, con 20 test virologici nel 15% del totale degli allevamenti e con frequenza ogni 6 settimane, richiederà oltre un anno per completare tutte le strutture.

L’assenza di un piano di controlli diagnostici, che sia anche attendibile, è un fatto assolutamente grave dato che anche i visoni polacchi sono suscettibili a questa infezione; una evidenza in tale senso già documentata lo scorso novembre da uno studio indipendente dell’Università di Medicina di Danzica, che ha rilevato la positività al SARS-CoV-2 per almeno 8 su 91 animali testati; studio non tenuto in considerazione dalle autorità sanitarie.3

Dalla Germania giungono notizie ancora più preoccupanti: il 26 gennaio un laboratorio impegna to nel sequenziamento del virus isolato nei pazienti (umani) ha diffuso un comunicato stampa4 col quale indica di avere sequenziato in 2 persone una variante di coronavirus riconducibile al ceppo Cluster5. Le autorità sanitarie hanno subito rassicurato5 indicando che al momento si tratta di un sospetto e che potrà essere eventualmente confermato solo con sequenziamento dell’intero genoma.

La variante Cluster5 è quel particolare ceppo di virus derivante dalle mutazioni intercorse nei salti di specie uomo-visone-uomo, isolato in Danimarca tra agosto e settembre in 12 persone di età tra i 7 e i 79 anni e che, per i possibili gravi rischi per la salute pubblica, ha indotto il governo danese ad abbattere oltre 17 milioni di visoni.

In un simile scenario, con un virus pandemico che non accenna a rallentare la propria corsa tra gli allevamenti intensivi dei visoni, dove trova le migliori condizioni ambientali per replicarsi e mutare, in Italia la Salute Pubblica continua ad essere messa a rischio per la presenza di 6 allevamenti. I provvedimenti adottati sino ad oggi dal Ministro della Salute risultano infatti inefficaci:

L’Ordinanza del 21 novembre 2020 ha disposto una sospensione dell’attività di allevamento dei visoni sino al prossimo 28 febbraio ma, di fatto, non favorisce alcuna significativa riduzione del rischio di formazione di serbatoi del coronavirus (negli allevamenti sono attualmente presenti fino a 2.000 riproduttori per struttura) e non interferisce con il normale ciclo produttivo (le riproduzioni non avvengono prima di marzo e da aprile/maggio nasceranno decine di migliaia di visoni riportando a pieno regime questi allevamenti).

La Circolare n. 27663 del 21 dicembre 2020 ha introdotto (solo a fine 2020) uno screening diagnostico preventivo che tuttavia non risulta efficace ad intercettare focolai perché, disponendo uguale numero e frequenza di test virologi per tutti gli allevamenti (60 test ogni 15 giorni), non tiene conto della diversa densità di popolazione dei visoni (dai 200 ai 2.000 riproduttori per struttura); inoltre il ricorso a test sierologici previsto solo nel caso di un allevamento classificato come “sospetto focolaio”, impedisce di avere una valutazione complessiva di quella che potrebbe essere stata la circolazione del coronavirus in questi allevamenti.

“La LAV rinnova l’appello al Ministro della Salute affinché la temporanea sospensione al 28 febbraio dell’allevamento dei visoni, possa diventare un definitivo divieto”, conclude Pavesi.

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