MUFLONI DEL GIGLIO, ON. BRAMBILLA: “NON SONO INVASIVI”

MUFLONI DEL GIGLIO, ON. BRAMBILLA: “NON SONO INVASIVI”

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Pubblichiamo l’intervento dell’on. Michela Vittoria Brambilla pubblicato sul “Corriere Fiorentino” di oggi con il titolo “I mufloni non sono invasivi: basta con scelte arroganti”

Ci sarebbe molto da discutere, soprattutto dal punto di vista etico, sul refrain delle specie aliene che minacciano la conservazione della natura. Ci si potrebbe chiedere, per esempio, quale “natura” si vorrebbe conservare: quella del Giardino dell’Eden? Quella di diecimila anni fa? O quella di ottant’anni fa, quando i mufloni all’isola del Giglio ancora non c’erano? L’uomo prima “globalizza” le specie, poi cerca di eradicarle dal cortile di casa. Lasciamo perdere…

Per definire il muflone “invasivo” – termine scientificamente contestato, che semplifica processi biologici complessi – l’Ente Parco dell’Arcipelago Toscano ha fatto un uso selettivo e, diciamo così, “interessato” dei database disponibili. Quello del Centre for Agriculture and Bioscience  international (CABI), tendenzialmente preferito dall’Unione europea, afferma, sulla base di 140 riferimenti, che in molti Paesi la presenza di questa specie non ha avuto “effetti negativi sull’ambiente nativo”, mentre la scheda dell’International union for the conservation of nature (IUCN) dichiara il muflone “invasivo” sulla base di soli due studi condotti su realtà insulari, alle Hawaii e alle Channel Islands. Del resto, i mufloni sono specie presenti da tempo immemorabile in Sardegna e nel Parco nazionale dell’Appenino Tosco-Emiliano. In Sardegna e in Corsica, dove l’abbattimento dei mufloni è vietato dal 1953, si parla di tracce risalenti a 7 mila anni fa. Attualmente si trovano mufloni in mezza Europa. Si può dire che abbiano il passaporto europeo e possano girare dovunque, a parte l’Arcipelago toscano. Fa comodo definirli “alieni” e “invasivi” per demonizzarli e giustificarne lo sterminio. Non si può dire, invece,  che arrechino particolari danni all’agricoltura: a quanto sembra, in decenni il Parco ha ricevuto una sola richiesta di risarcimento, per un totale di 1.200 euro.

Anche volendo ammettere che debbano essere rimossi dall’isola del Giglio i circa 40 mufloni sopravvissuti alle precedenti operazioni di abbattimento, i metodi cruenti andrebbero considerati solo come extrema ratio (così dicono le norme unionali e nazionali). Con i fondi del progetto europeo, in parte già spesi per catturare alcuni esemplari e munirli di radiocollare, si sarebbero potute eseguire le sterilizzazioni o i trasferimenti in aree faunistiche. E in ogni caso non mi si venga raccontare che, nel XXI secolo, per allontanare da una piccola isola qualche decina di pecore selvatiche, bisogna per forza ammazzarle. Semplicemente non sta in piedi, dal punto di vista logico. Certo è, invece, che i selecontrollori-cacciatori avranno i loro vantaggi: oltre al piacere di sparare, e di accumulare punti per future operazioni di selezione, anche quello di portarsi a casa il trofeo e di organizzare un succulento banchetto, dato che il Parco ha facoltà di donare loro le carcasse. Il tutto sotto il manto del rigore scientifico, a spese dei contribuenti italiani ed europei.

Ce n’è abbastanza perché il governo rivaluti immediatamente le nomine del presidente (in carica dal dicembre 2017) e dell’ attuale Consiglio direttivo (in carica dal 2020) dell’Ente Parco Arcipelago Toscano, per un controllo di legalità, per chiedere subito alla Commissione europea una riconsiderazione del progetto e per segnalare la vicenda alla Corte dei conti dell’Ue. Perciò mi sono sentita in dovere di presentare un esposto in Procura e di preparare un reclamo alla Corte di Lussemburgo. Occorre una verifica approfondita, da ogni punto di vista, sull’operato degli amministratori dell’Ente Parco e su come, per quali fini reali, sono stati spesi i soldi dei cittadini. In generale credo sia ora di cambiare registro sulla gestione della fauna selvatica, patrimonio di tutti, da tutelare senza se e senza ma: con troppa arroganza e con cieca violenza l’uomo si arroga diritti che non ha. Noi italiani che amiamo gli animali e vogliamo vederli rispettati diciamo: “Basta”. Siamo una maggioranza, forse silenziosa, ma molto determinata ad essere la voce di chi voce non ha”.

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