PIEMONTE, CACCIA DI FRODO AL REFERENDUM

PIEMONTE, CACCIA DI FRODO AL REFERENDUM

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Quello che sta succedendo in Piemonte in questi giorni è non solo incredibile, ma gravissimo: ormai non si tratta solo più di tutela degli animali, ma anche di difesa della democrazia e dei principi fondamentali della civile convivenza.
I fatti sono ormai noti: il prossimo 3 giugno si dovrebbe tenere un referendum abrogativo di parte della legislazione regionale sulla caccia. Un’iniziativa nata nel lontano 1987, che solo ora giunge a conclusione, a causa della politica ostruzionistica adottata in questo quarto di secolo dalla Regione, indipendentemente dalla parte politica al potere.
La richiesta referendaria non si pone come obiettivo l’abrogazione della caccia, ma solo una sua più severa regolamentazione. Le specie cacciabili, ad esempio, verrebbero ridotte a quattro (cinghiale, lepre, fagiano e minilepre), mentre non si potrebbe più cacciare di domenica e su terreno coperto da neve.
La Regione Piemonte, che ha indetto il referendum solo perché obbligata da una sentenza del Tribunale Amministrativo, sta tuttavia facendo di tutto affinché ai cittadini venga negato il sacrosanto diritto al voto.
La Terza Commissione del Consiglio Regionale ha votato un Ordine del Giorno, che impegna la Regione ad approvare una nuova legge sulla caccia, dopo che quella attualmente in vigore verrà annullata, e che (secondo loro…) recepisca in parte i quesiti referendari. Infatti toglieranno ben 5 (sì, avete letto bene: proprio cinque) specie cacciabili (tra l’altro di nullo o scarso interesse venatorio: gazza, cornacchia nera e grigia, cui vanno aggiunti coniglio selvatico e quaglia). Chiuderanno la caccia alla domenica da marzo a settembre (però tranne che agli Ungulati, che sono gli unici cacciabili in quel periodo…), lasceranno praticamente intatta la possibilità di cacciare sulla neve, mentre di limitare la caccia nelle aziende faunistico-venatorie proprio non si parla.
Ora la palla torna al Consiglio, il quale, nelle intenzioni della maggioranza, dovrebbe in tempi ristrettissimi inserire in Legge Finanziaria un emendamento che abroga (almeno in gran parte) la Legge Regionale 70/96, che disciplina la caccia in Piemonte. Eliminata la legge, decade automaticamente il referendum. Ed ecco che la Regione può procedere ad approvare in tutta tranquillità una nuova legge, con le prerogative di cui sopra.
Quello che sta succedendo in Piemonte è incredibile ed indegno di un Paese che si ritiene non solo democratico, ma addirittura civile. Abrogare una legge per impedire ai cittadini di esprimere il proprio parere è un atto gravissimo: il referendum popolare è l’unica forma di partecipazione diretta del popolo alle scelte politiche, oltre alle elezioni. Il negare questo diritto rappresenta un atto intollerabile ed odioso, che come cittadini, prima ancora che come ambientalisti, ci rifiutiamo di accettare.
Ma oltre il danno c’è la beffa: infatti, la nuova legge che sostituirà quella attuale sarà una presa in giro per gli ambientalisti. Verranno infatti recepiti pochissimi e del tutto marginali aspetti del quesito referendario. Questo in aperto ed evidente contrasto con numerose sentenze dell’Autorità Giudiziaria, che ha più volte ribadito come un referendum possa essere evitato solo se le richieste vengono accolte per legge nel loro complesso. Di conseguenza, si ravvisano anche possibili conseguenze di tipo non solo amministrativo, ma anche penale, per quei consiglieri regionali che dovessero approvare la beffa di cui sopra.
Il Comitato Promotore del referendum ritiene che non si possa accettare questo atto antidemocratico da parte della Regione e invita le forze politiche che ancora credono nella democrazia a reagire duramente a quella che si configura di fatto come una provocazione da parte della Regione Piemonte.

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