Il degrado dei canili-lager, una questione nazionale

Il degrado dei canili-lager, una questione nazionale

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La mappa del degrado dei canili lager attraversa tutta l’Italia, al Sud la situazione è peggiore ma ogni regione ha i suoi “scheletri”. Purtroppo, qualsiasi mercato illecito è possibile se viene gestito senza controlli. Una storia che è sotto gli occhi di tutti ma che in pochi vedono e che pure dovrebbe riguardare ogni cittadino, se non altro per lo sperpero di denaro pubblico che vi sta dietro. Una storia dove gli attori sono tanti: amministratori comunali, forze dell’ordine, veterinari Asl. E, a volte, anche criminalità organizzata. Ma è una storia di cui si parla poco perché il silenzio conviene a tutti. A chi non deve impegnarsi a risolvere il problema e a chi, su questo problema, continua a lucrare. Proprio per questo motivo Lega Nazionale per la Difesa de Cane ha voluto lanciare la campagna “NO CANILI LAGER” (http://www.legadelcane.org/no-canili-lager/), un’iniziativa finalizzata non soltanto a sensibilizzare ma ad agire in maniera reale contro la vergognosa piaga dei canili lager, battaglia che da sempre è tra le priorità dell’Associazione. Infatti dallo scorso dicembre, con una massiccia presenza di tavoli informativi nelle piazze delle maggiori città italiane e sul web ( https://www.change.org/petitions/ai-ministri-della-salute-dell-ambienteai-presidenti-del-senato-della-repubblica-e-della-camera-dei-deputati-no-canili-lager-chiediamo-una-concreta-e-rigorosa-applicazione-delle-normative-vigenti-per-una-reale-tutela-degli-animali-e-dei-loro-diritti) ha preso il via la raccolta firme per chiedere ai Presidenti del Senato e della Camera, ai Ministri della Salute e dell’Ambiente una effettiva e rigorosa applicazione delle normative vigenti per una reale tutela degli animali e dei loro diritti.

La Legge 281 del 1991 stabilisce che sono le autorità locali, Comuni e A.S.L., i responsabili della gestione del randagismo sul territorio: la normativa però viene troppo spesso disattesa. Basterebbe che le norme venissero applicate e il problema del randagismo verrebbe arginato e con il tempo risolto in gran parte. Purtroppo, nonostante le incisive iniziative portate avanti da anni dalle associazioni animaliste e nonostante l’azione legislativa e informativa intrapresa da vari soggetti istituzionali, ogni anno, ancora oggi, in Italia, vengono abbandonati più di 100 mila animali, con il conseguente incremento della già troppo ampia schiera dei randagi. Animali che una volta catturati sono nella maggior parte destinati a trascorrere il resto della vita in strutture di ricovero. Molti altri invece muoiono per fame o sete, per incidente stradale o per vigliacchi atti criminali come gli avvelenamenti. L’abbandono dunque genera il randagismo, fenomeno che aziona un business mostruoso attraverso, e non solo, strutture esclusivamente private il cui unico scopo è lucrare sugli animali. Tra gli illeciti più frequenti riscontrati dalla LNDC e dalle forze dell’ordine: il sovraffollamento, la carenza di cibo e acqua, l’assenza di prevenzione delle nascite tramite sterilizzazione, la fatiscenza delle strutture, le carenze igienico sanitarie, l’elevata mortalità dei cani, le soppressioni mascherate da eutanasie, i maltrattamenti, le scarse o nulle adozioni, i decessi non denunciati.

Dove nasce il business? I comuni, invece di creare canili municipali, stipulano convenzioni con società private e, fatto l’accordo, nessuno controlla. Da questo nasce il meccanismo che gestisce il “mercato dei randagi” attraverso imprese chiuse e incontrollabili. Per loro l’affare conviene se si lavora su numeri considerevoli e alcune delle condizioni prevalenti per assicurarsi l’appalto sono l’economicità del servizio e il ribasso a base d’asta.

Ripensare il sistema dei canili vuol dire riflettere con serena e spietata autocritica sui risultati pratici creati da una legislazione nazionale rimasta in buona parte solo sulla carta. Forse è arrivato il momento. I cani nei canili lager sono imprigionati, vittime di un sistema che ha tutto l’interesse a mantenerli in prigionia per poter prosperare, per mantenere un potere, per ricevere denaro da distribuire senza doverne rendere conto.

Se solo si facesse una vera inchiesta sulle condizioni di vita di questi animali, e si valutasse il rapporto costi-benefici dell’approccio italiano al randagismo dell’ultimo ventennio, si scoprirebbe il velo sulle sofferenze, gli sprechi, le bugie che sommergono questo angolo buio della società italiana.

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