GLIFOSATO, STUDIO: ALTERA SVILUPPO SESSUALE E CELLULE

GLIFOSATO, STUDIO: ALTERA SVILUPPO SESSUALE E CELLULE

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Il glifosato, l’erbicida più usato della storia, ha effetti anche a dosi ‘sicure’. E’ in grado infatti di alterare alcuni importanti parametri biologici, legati in particolare allo sviluppo sessuale, alla genotossicità, e al microbioma intestinale. Lo indicano i risultati della fase pilota dello ‘studio globale sul glifosato’, ricerca indipendente dell’Istituto Ramazzini di Bologna che pubblicherà, a fine maggio, i primi tre articoli su Environmental Health. La fase sperimentale, costata 300.000 euro, è stata infatti finanziata con fondi raccolti grazie agli oltre 30.000 soci dell’Istituto Ramazzini Cooperativa Sociale Onlus. E’ stata inoltre lanciata una campagna di crowdfunding per supportare lo ‘studio globale sulglifosato’ a lungo termine. “Il budget totale per questo studio è di 5 milioni di euro e la campagna sta già registrando il supporto di tanti cittadini, istituzioni e Ong da tutto il mondo”, fanno sapere dall’istituto bolognese. La ricerca, a cui hanno collaborato diverse istituzioni ed università europee e statunitensi, è stata realizzata su ratti esposti ad una concentrazione di erbicida equivalente alla dose giornaliera accettabile nella dieta secondo l’Agenzia di protezione ambientale americana. E si è focalizzata sui possibili effetti durante il periodo neonatale, l’infanzia e l’adolescenza.

I test hanno indicato che, dopo un periodo relativamente breve di esposizione (equivalente nell’uomo ad un’esposizione dalla vita embrionale fino ai 18 anni), un’alterazione di alcuni parametri dello sviluppo sessuale nei ratti trattati con la sostanza, specialmente nelle femmine. Gli animali, inoltre, hanno mostrato delle alterazioni statisticamente significative del microbioma intestinale, in particolare durante lo sviluppo. Per quanto riguarda la genotossicità, è stato osservato un aumento di micronuclei nelle cellule del midollo osseo nei ratti trattati, in particolare nelle prime fasi della vita. “L’obiettivo dello studio pilota, per sua natura – spiega Philip J. Landrigan, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai – non è tanto quello di risolvere le incertezze sulla cancerogenicità del glifosato e dei pesticidi a base di glifosato che hanno fatto discute diverse agenzie, ma ha saputo evidenziare alcuni effetti sulla salute che sono altrettanto importanti, che si possono anche manifestare a lungo termine con patologie oncologiche, e che possono affliggere un impressionante numero di persone, visto l’uso a livello planetario del glifosato”. Per Fiorella Belpoggi, direttore del centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni, Istituto Ramazzini, “qualsiasi sia l’esito dello studio dell’Istituto Ramazzini, questo fornirà alle agenzie regolatorie e ai decisori politici solidi risultati indipendenti, ottenuti con un progetto di ricerca condiviso, sui quali potranno basare le loro valutazioni dei rischi e le loro scelte, incluso il futuro rinnovo dell’autorizzazione della licenza per il glifosato, previsto in Europa per il 2022”.

Jia Chen della Icahn School of Medicine at Mount Sinai in New York City ricorda che “i pesticidi a base di glifosato sono un importante fonte di preoccupazione per la salute pubblica a causa del loro diffuso e crescente uso. Come erbicida, il glifosato agisce inibendo la via di Shikimate che esiste non solo nelle piante, ma anche nei batteri, funghi e altri microbi. Ma attualmente non ci sono studi sui potenziali effetti sul microbioma intestinale nella popolazione umana. Il nostro studio fornisce le prime evidenze sul fatto che l’esposizione al glifosato di uso comune, a dosi considerate sicure, possa modificare il microbioma intestinale durante le prime fasi dello sviluppo, in particolare prima della pubertà”. Per Giovanni Dinelli, dell’università di Bologna, “lo scopo principale dello studio non è solo quello di definire di per sé gli specifici effetti dell’erbicida, ma anche quello di definire e proporre un nuovo approccio per la valutazione tossicologica dei pesticidi: un nuovo paradigma per fornire ai decisori politici dati affidabili provenienti da istituti di ricerca indipendenti. Questo non è solo un nuovo paradigma, ma anche l’unica strada per evitare le incertezze e i dubbi relativi all’uso dei pesticidi in agricoltura”.

Un aspetto interessante dello studio, dice Alberto Mantovani, dell’Istituto Superiore di Sanità, “è l’aumento, legato al tempo di esposizione del glifosato, della sostanza immodificata nelle urine. Questo risultato potrebbe indicare un aumento della biodisponibilità del glifosato all’aumentare della durata dell’esposizione; un aumento della biodisponibilità, d’altro canto, potrebbe contrassegnare un aumento dell’esposizione interna di organi e tessuti bersaglio”. Per Rossella Miglio, dell’università di Bologna, dipartimento di Scienze Statistiche, “anche se questo studio pilota mostra alcuni risultati statisticamente significativi, è importante sottolineare che maggiori e solide evidenze scientifiche deriverebbero da studi di dimensioni maggiori. In particolare, questi permetterebbero di valutare alcuni effetti importanti che non possono essere valutati in un esperimento di piccole dimensioni”.

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