BELEM, AL VIA LA COP30: DUE SETTIMANE DECISIVE PER IL CLIMA

Al via da oggi, a dieci anni dall’accordo di Parigi, i lavori della Cop30 a Belem, in Brasile, la prima a tenersi in Amazzonia, con due settimane di discussioni decisive per l’azione globale contro i cambiamenti climatici. All’incontro sono attese circa 50mila persone, tra diplomatici, leader, attivisti, scienziati e imprenditori. A dare il calcio d’inizio è stato il vertice dei leader, con indicazioni sulle priorità, tra queste: accelerare la transizione energetica, accrescere i finanziamenti per la lotta ai cambiamenti climatici e proteggere le foreste tropicali. Le discussioni dei prossimi giorni tenteranno di fissare piani concreti, con obiettivi, scadenze e risorse definiti. Ma le sfide sono molte. Basti pensare che ad oggi solo un centinaio di Paesi (circa la metà dei partecipanti) ha presentato i nuovi obiettivi climatici.
Questo vertice mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la 30.a conferenza delle parti, nasce quindi nel segno dell’intesa raggiunta alla Cop21 ospitata dalla Francia. Erano senz’altro tempi di una più ampia convergenza sulla necessità di azione urgente nella lotta alla crisi ambientale: da un lato la spinta che arrivava da Papa Francesco e dalla sua enciclica Laudato Sì, dall’altro l’energia infusa dal presidente Usa Barack Obama affinché ci fossero dei passi avanti su obiettivi e misure per raggiungerli (gli Usa quest’anno non dovrebbero neanche esser presenti). Sono passati 10 anni ma poco di concreto nella direzione auspicata si è riuscito ad ottenere. Anzi. A ben guardare, soltanto pochi giorni fa è stato certificato come “un fallimento morale” lo scenario attuale dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres; uno scenario in cui la prima soglia degli 1,5 gradi centigradi di aumento medio della temperatura globale – quella più ambiziosa della Cop parigina – è stata superata, almeno negli ultimi 12 mesi di rilevazione delle temperature. “Un decennio dopo l’Accordo di Parigi, il mondo è più caldo che mai, ogni anno da allora si è classificato tra i 10 più caldi mai registrati – dichiara Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate change service, implementato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine per conto della commissione Europea – è ormai evidente che il clima sta cambiando a un ritmo che l’umanità non ha mai sperimentato”. Alla Cop – terra di sherpa, diplomatici, e negoziatori – come spesso accade ci si arriva dopo un anno in cui le promesse fatte l’anno prima non sono state mantenute. Ma si è pronti a rinnovarle per l’anno che arriverà. Al centro di questa Conferenza non potrà non esserci un occhio di riguardo per le foreste: siamo infatti nel cuore dell’Amazzonia, quindi nel principale polmone d’ossigeno del nostro Pianeta. Al solito terranno banco, la questione mitigazione per rendere gli impatti climatici meno catastrofici, e il nodo dei nodi sull’adattamento e la finanza climatica; tema quest’ultimo che di anno in anno si rinnova, sembra prendere slancio per poi riperderlo in seguito. Cooperazione e innovazione sono sullo sfondo, pur rivestendo in ognuno dei macro-temi di discussione il vero elemento dirimente. “Dagli inquinanti atmosferici alle concentrazioni di gas serra, la nostra atmosfera è forse l’indicatore più diretto e immediato di ogni azione che intraprendiamo – afferma Laurence Rouil, direttore del servizio di monitoraggio dell’atmosfera di Copernicus – nell’ultimo decennio, le concentrazioni di CO2 sono aumentate di oltre il 5%, raggiungendo i livelli annuali più alti mai registrati”. I Paesi industrializzati accetteranno di dover contribuire di più e di aiutare i Paesi in Via di sviluppo a crescere in modo sano? E, i Paesi emergenti riusciranno ad accogliere l’indicazione di crescere un pò meno del previsto in virtù di un progresso migliore? Insomma, chi è più responsabile del riscaldamento globale offrirà qualcosa in più per evitare che chi lo è meno smetta di pagare più. Uno specchio delle società industrializzate che la natura sembra riflettere in modo pedissequo: basti pensare come gli eventi meteo estremi colpiscano per esempio le aree del mondo più disagiate (dalle Filippine alle piccole isole del Pacifico, alle regioni del Sahara fino al Sud America e ai Caraibi). Senz’altro gli equilibri geopolitici, che in questo frangente storico sono fragili, non aiutano: dal Medioriente all’Ucraina passando per il Sudan, i fronti preoccupanti sono molteplici. Aggiungendoci i pericoli passati per via dell’inflazione (quella europea e quella statunitense), i costi alle stelle dei beni energetici, e l’impennata dei prezzi alimentari, la crisi ambientale è passata via via in secondo piano. La Cop brasiliana sarà però importante perché, proprio in virtù dei 10 anni che la dividono da Parigi, non si potrà non scodellare sui diversi tavoli un bilancio di quanto fatto. E soprattutto di quanto occorrerà fare per raggiungere un equilibrio tra uomo e progresso, contemplando l’ecosistema terrestre.

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