In Italia quasi il 90 per cento dei lupi muore per cause connesse all’attivita’ umana. Lo dimostra un’indagine coordinata da Ispra con le universita’ di Bologna e Sassari, il Wwf e l’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, che ha analizzato oltre 200 carcasse di lupo raccolte tra il 2005 e il 2021. Pubblicato nel 2021 sulla rivista Global Ecology and Conservation, lo studio ha rivelato che solo un esemplare su dieci e’ deceduto per cause naturali. Tutti gli altri sono stati vittime di collisioni stradali, armi da fuoco, percosse o avvelenamenti. “E’ un dato che fotografa la fragilita’ della convivenza fra uomo e lupo e la persistenza di un conflitto profondo”, ha spiegato il genetista di Ispra Romolo Caniglia, autore principale della ricerca. Gli esperti hanno analizzato 212 carcasse raccolte in sedici anni. Attraverso indagini necroscopiche e genetiche, hanno verificato non solo le cause di morte ma anche il grado di purezza genetica della popolazione italiana. Il 75 per cento degli animali e’ risultato geneticamente “puro”, il 9 per cento ibrido recente fra lupo e cane e il 16 per cento portatore di tracce piu’ antiche di incrocio. In parallelo, le analisi hanno mostrato che le morti di origine naturale – malattie, vecchiaia o conflitti fra branchi – rappresentano una frazione minima del totale. La quasi totalita’ delle carcasse, ha precisato Caniglia, “testimonia l’impatto diretto o indiretto delle attivita’ umane: incidenti stradali, fucilate, percosse e perfino impiccagioni”. Tra le cause piu’ frequenti spiccano le collisioni con veicoli, responsabili del 49 per cento dei decessi. Seguono gli avvelenamenti e le uccisioni illegali, pari a circa un quarto del totale. In due casi, i ricercatori hanno documentato l’impiccagione di lupi da parte di ignoti. “Questi episodi – ha sottolineato il genetista – mostrano come l’intolleranza verso la specie resti diffusa in alcune aree rurali, dove il lupo viene ancora percepito come una minaccia economica o simbolica”. L’analisi temporale dei dati evidenzia inoltre un aumento progressivo delle morti di origine antropica nel periodo coperto dallo studio, segno di un conflitto che non si e’ attenuato nonostante la crescita della consapevolezza ambientale. Un secondo lavoro, pubblicato nel gennaio 2024 sulla rivista Science of the Total Environment, ha ampliato il quadro. Condotto dallo stesso gruppo di ricerca con la partecipazione della Regione Lombardia e della Regione Toscana, ha esaminato 186 carcasse raccolte tra il 2018 e il 2022 in Lombardia ed Emilia-Romagna. L’indagine ha chiarito che molte morti precedentemente attribuite a incidenti stradali avevano in realta’ origini piu’ complesse: il 62 per cento degli esemplari analizzati presentava tracce di rodenticidi, veleni anticoagulanti diffusi in agricoltura e nelle aree urbane per combattere ratti e nutrie.
“Un lupo adulto e sano difficilmente viene investito – ha spiegato Caniglia -. In molti casi gli animali colpiti sulle strade erano gia’ debilitati dall’ingestione di sostanze tossiche.”. I rodenticidi, usati comunemente nei giardini, nei campi e nei depositi agricoli, entrano nella catena alimentare attraverso le prede. Le sostanze rimangono nei tessuti dei roditori e vengono ingerite dai carnivori che se ne nutrono. “Il lupo non mangia le esche, ma puo’ predare o consumare carcasse di nutrie o topi avvelenati – ha chiarito Caniglia -. Cosi’ la tossicita’ si trasferisce verso l’alto della catena ecologica, colpendo i predatori di vertice e alterando gli equilibri naturali.”. L’uso diffuso di topicidi e pesticidi non solo danneggia i lupi ma minaccia anche rapaci e altri carnivori protetti, determinando un effetto a cascata su tutto il sistema biologico. Le ricerche Ispra mostrano che il fenomeno non riguarda solo i lupi. Altri carnivori, come il gatto selvatico, potrebbero subire impatti analoghi, ma la scarsita’ di dati impedisce di quantificare l’entita’ del problema. “Il gatto selvatico e’ una specie elusiva – ha ricordato Caniglia -. Le carcasse recuperate sono poche e spesso difficili da identificare perche’ si confondono con esemplari domestici.”. L’assenza di monitoraggi sistematici impedisce quindi di valutare se anche per questa specie le cause di mortalita’ siano in prevalenza antropiche. Nel complesso, le due indagini disegnano una fotografia precisa della vulnerabilita’ dei grandi carnivori italiani. Le attivita’ umane continuano a incidere in modo determinante sulla loro sopravvivenza, attraverso l’uso di veleni, la circolazione stradale e le azioni illegali. I ricercatori sottolineano come la lotta all’avvelenamento e il controllo dell’uso di rodenticidi rappresentino oggi una priorita’ per la conservazione non solo del lupo ma di tutto l’ecosistema. “Queste sostanze – ha concluso Caniglia – hanno effetti che si propagano lungo la catena trofica. Limitare la loro diffusione e’ un passo indispensabile per mantenere sani i nostri ecosistemi e garantire la coesistenza tra uomo e fauna selvatica”.
Editoriale
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