di
Danilo Selvaggi*
Un paio di osservazioni sulla storia del cane di Michele Serra e dei lupi che lo hanno ucciso, già ampiamente discussa un po’ ovunque.
La prima riguarda proprio questo: gli innumerevoli commenti alla questione. Si tratta di spam, del nostro desiderio di parlare sempre e comunque di ogni cosa, oppure di un dibattito?
Io opterei per la seconda ipotesi. I social media sono uno strumento che, potenzialmente, favorisce molto la discussione e un certo arricchimento culturale. Questo accade nonostante che i social soffrano di mali gravi, non risolvibili ma certamente mitigabili.
Bisogna sforzarsi di approcciare i social media in modo ecologico, evitando la commentite, usando un linguaggio gentile, evitando di farne un luogo di sfogo, sconforto, rabbia, frustrazione. Questo aiuterebbe molto la qualità del dibattito e – per fare un esempio – un tema non da poco, pieno di risvolti come quello sollevato dalla vicenda di Michele Serra, ne gioverebbe.
La seconda osservazione riguarda il merito dell’evento, il quale, appunto, tira in ballo vari aspetti, complicati e complessi.
Qui ne cito uno: l’interesse personale. Cioè, la circostanza in cui certi argomenti culturali, filosofici, morali, smettono di essere astratti e vanno a incidere concretamente, ovvero negativamente, sui nostri interessi. Io sostengo un principio che ritengo giusto (ad esempio la necessità di rinunciare a certi privilegi per il bene dell’ambiente o per la giustizia sociale) ma quando tocca a me – rinunciare a un privilegio – la situazione si complica.
Il grande dolore provato da Serra nel perdere il cane ne è un esempio. Difendo il lupo ma quando il lupo fa il lupo, ai miei danni, entro in crisi.
È più che comprensibile. È uno schema che non deve meravigliarci ma piuttosto invitarci a riflettere ulteriormente su quanto sia grande la questione ecologica e quanto impegnativa la rivoluzione che porta con sé.
La questione ecologica ci spinge a ripensare tutto, il che significa mettere in discussione l’intera impalcatura del nostro mondo, sociale, economico, politico, culturale, di pratiche e abitudini.
Ci spinge a ripensare il territorio e come viverlo, secondo modalità di convivenza di cui, in realtà, non abbiamo vera tradizione. Sono nuove e per questo tutt’altro che facili da delineare ed attuare.
Nel suo secondo articolo sull’argomento, Serra ha contestato l’idea che in un paese come l’Italia la natura possa autoregolamentarsi e ha sostenuto, al contrario, che la regolamentazione tocchi a noi, alla società umana. L’umanità “ha il dovere e il potere di prendersi cura della vita sulla Terra”. “Senza il governo degli umani”, dice Serra, saranno guai.
In un certo senso, questo è il punto centrale dell’intera questione ecologica, salvo però declinarlo molto diversamente.
Per milioni, miliardi di anni, la vita sulla Terra ha fatto a meno dell’umanità e si è organizzata senza problemi. Tutto sommato, la vita si è organizzata da sé, senza problemi, anche per le centinaia o decine di migliaia di anni in cui l’umanità ha cominciato ad assumere un ruolo preponderante.
Poi la nostra presenza è esplosa, e in un tempo rapidissimo la Terra è stata colonizzata. Oggi siamo tantissimi, siamo ovunque, desideriamo tanto, consumiamo tanto, vogliamo tutto.
Non sono i lupi, gli orsi, gli storni, le oche, i cinghiali, i cormorani a venire da noi. Siamo noi che andiamo da loro, estendendo progressivamente il territorio antropizzato e, di conseguenza, vivendo le difficoltà inevitabili che la compresenza di interessi diversi comporta, specie in tali situazioni di squilibrio.
Che fare? Sottovalutare il problema dei danni (inclusa la straziante perdita di un cane) sarebbe ingenuo e ingiusto. Intorno ai danni ci sono strumentalizzazioni e speculazioni ma anche sofferenze reali, che vanno considerate. E tuttavia, pensare che la soluzione sia nell’amplificare certe azioni umane è ancora più sbagliato. Equivale a cercare la soluzione nel paniere dei problemi.
La logica del controllo – il controllo umano della natura – è pericolosissima. Spesso è una logica iatrogena: genera i mali che intende curare.
Rachel Carson la considerava una filosofia da “Età di Neanderthal”, aggiungendo che se c’è qualcosa che dobbiamo controllare non è la natura ma noi stessi, la nostra smisurata fame di conquista e disponibilità di strumenti potentissimi.
Sostituire il controllo della natura con il patto con la natura: questo proponeva Rachel Carson. Nella pratica, significa prendere molto più sul serio le regole con cui la natura funziona (regole “milionarie”) e provare a riorganizzarci noi, le società umane, per metterci più in armonia.
È difficile? Sì. È impossibile? No. Richiede molto lavoro, molta pazienza, molto impegno e tolleranza ma non è impossibile. Richiede la rinaturalizzazione del territorio, ecosistemi in salute, un’economia che cominci a cambiare nel profondo. Richiede un pensiero diverso, un sentimento diverso, una diversa concezione degli interessi.
Richiede tempo.
E richiede, per tornare all’inizio, discorso, riflessioni, parole più serene e aperte, a cominciare da quelle che scriviamo sui social. Non dobbiamo sottovalutarlo, lo stile esistenziale dei social. In un certo senso, il bene ed il male cominciano da qui: dal dibattito o dallo spam.
Noi abbiamo dinanzi la gigantesca opportunità di vivere meglio, tutte/i, in un mondo più sano, ecologico e giusto. È una possibilità concreta, non astratta. Il lupo non giacerà mai con l’agnello, il dolore per le perdite non svanirà mai e il paradiso (ammesso che ce ne sia uno) non sarà mai in Terra.
La Terra potrebbe però davvero essere un posto migliore e gli interessi diversi (intraspecifici e interspecifici) di umani, oche, cani, lupi eccetera diventare simili, più simili, fino al punto da stare bene assieme.
Vale la pena provarci.
*Direttore generale LIPU



