Uno studio internazionale, coordinato dall’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Cnr-Isp), e pubblicato su Nature Communications, ha dimostrato che i cicli solari, fasi nelle quali l’attività del Sole oscilla toccando valori minimi e massimi, influenzano la rottura del ghiaccio marino costiero antartico. La ricerca, supportata dal Programma nazionale di ricerche in Antartide (PNRA), svolta in collaborazione con le Università di Trieste, Pisa, Napoli ‘Parthenope’, Bonn (Germania), Cambridge e Plymouth (Inghilterra) e con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – Ogs di Trieste, ha introdotto un nuovo metodo di analisi ad alta risoluzione per lo studio del ghiaccio marino ancorato alla costa, chiamato ‘fast ice’. “Abbiamo prelevato carote sedimentarie nel fondale del Mare di Ross, nell’insenatura di Edisto, che si trova nella zona settentrionale della Terra Vittoria. Attraverso l’analisi di immagini a scala submillimetrica, integrando i dati di biomarcatori chimici ottenuti dagli strati di sedimento con associazioni di diatomee, microalghe presenti in ambiente marino, siamo riusciti a ricostruire la variabilità del ghiaccio marino costiero negli ultimi 3.700 anni”, afferma Tommaso Tesi, ricercatore del Cnr-Isp e coordinatore dello studio. “Questo approccio si è dimostrato efficace nell’estendere indietro nel tempo la capacità di osservazione, ben oltre i limiti imposti dalle immagini satellitari attualmente disponibili. In questo modo abbiamo potuto constatare che la rottura del ghiaccio non segue un ciclo annuale, ma mostra un pattern molto complesso che si manifesta su scale temporali più lunghe, attorno a 90 e 240 anni, sincronizzato con specifici cicli solari”. Del comportamento del ghiaccio costiero si conosce poco, nonostante rivesta un ruolo molto importante perché regola la salinità del mare, sostiene la vita di diverse specie animali, tra cui i pinguini, e in alcune aree dell’Antartide rappresenta una piattaforma naturale di atterraggio per i velivoli. Il nuovo metodo di indagine – che va oltre i limiti temporali delle immagini satellitari acquisite a partire dagli anni ’80 del secolo scorso – e l’ampia disponibilità di sedimenti apre alla possibilità di comprendere con maggiore efficacia i fattori che influenzano la criosfera antartica, permettendo di distinguere la variabilità naturale su scale temporali lunghe dagli effetti dei cambiamenti climatici causati dall’uomo. “Poiché questo tipo di sedimenti sono comuni negli archivi antartici, la tecnica adottata ha un enorme potenziale applicativo, per studiare il ruolo delle forzanti naturali nella dinamica del fast-ice in tutto il continente”, conclude Michael Weber, ricercatore dell’Università di Bonn che ha collaborato allo studio.
Editoriale
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