di
Danilo Selvaggi*
Ho letto l’articolo de Il Secolo XIX (27 giugno 2026) con cui Luisella Battaglia, Presidente dell’Istituto italiano di Bioetica e filosofa dell’etica animale tra le più importanti, ha commentato la riforma della caccia prevista dal disegno di legge 1552.
Tra le numerose critiche mosse da Battaglia c’è il ruolo spropositato che il testo assegna al cacciatore, il quale, alla luce delle previsioni, dovrebbe arrivare a disporre di “competenze plurime di natura scientifica, etica, giuridica” e, soprattutto, assumere la “curiosa” funzione di “bioregolatore”.
Sono almeno due, secondo Luisella Battaglia, i problemi che ne scaturiscono. Il primo, di carattere pratico ma anche giuridico, consiste nel conflitto di interessi che verrebbe a generarsi tra gli interessi del cacciatore e il ruolo di “imparziale mediatore” che la legge de facto gli assegna.
Per inciso, dico io, è il medesimo conflitto che ha contribuito all’esplosione del problema italiano del cinghiale e continuerà a contribuirvi, considerato che mai al mondo un cinghialaio potrà desiderare (e agire per) la diminuzione del numero di cinghiali, penalizzando il proprio interesse di averne a disposizione sempre più.
Ai rischi pratici del confondere il male con la cura si aggiunge un vulnus giuridico: “La delega di funzioni pubbliche di controllo a operatori mossi da interessi privati, non rischia – si chiede giustamente Battaglia – di allontanare l’ordinamento nazionale dai principi di tutela ambientale iscritti nella Costituzione?”.
E certo, lo rischia eccome, salvo che sia esattamente questo l’intento della riforma: la conservazione della biodiversità ridotta a gestione della biodiversità, preferibilmente cruenta.
Il che ci rimanda aI secondo problema accennato da Luisella Battaglia, che è di natura filosofica ma, anche qui, con ricadute concrete di non poco conto.
La riforma, come detto, pensa al cacciatore in termini di “bioregolatore”. In altre parole, fa del cacciatore colui che “interviene sul mondo vivente, il Bios” per dettare le regole della sua gestione e anzi, in un certo senso, della sua stessa esistenza.
L’esistenza della fauna selvatica dipenderebbe ( sarebbe regolata, sarebbe decisa) dal cacciatore.
I dubbi di Battaglia sottintendono l’abnormità di una simile concezione, che normalmente definiremmo “antropocentrica” ma che, in questo caso, va persino oltre. È una miscela di ingenuità, strumentalizzazione, immoralità, arroganza.
È, al tempo stesso, hybris e antiscientificità, perché l’umiliazione della scienza operata dal Ddl 1552 non sta soltanto nel pur gravissimo e incostituzionale declassamento del ruolo di Ispra, ma proprio nell’idea che la complessità ecologica del vivente possa essere ridotta da una scarica di pallini. Possa essere governata dai fucili, controllata dai fucili.
Il “controllo”: un’idea che negli anni Sessanta del Ventesimo secolo Rachel Carson definiva “da Età di Neanderthal” e che oggi, nel tempo di Antropocene, è davvero irricevibile. Che questa idea sia non solo spinta dal ministro Lollobrigida, da Coldiretti e dal mondo venatorio vario ma, in un modo o nell’altro, suffragata dal Ministro dell’Ambiente (il Ministro dell’Ambiente!), fa capire il dramma culturale vissuto da una parte determinante della nostra classe dirigente e dunque, di conseguenza, dall’intero paese.
Nel mentre leggevo l’articolo di Luisella Battaglia, ricevo la telefonata di un’altra filosofa italiana di primissimo piano, preoccupata anche lei dal disegno di legge e attiva per contrastarlo.
Tuttavia, Elena Gagliasso, filosofa della scienza, epistemologa, attentissima e brillante osservatrice della società, oltre che amica, mi chiama per aggiornarmi (dopo gli scambi dei giorni precedenti) sulla nidificazione di una famiglia di merli sul suo terrazzo.
Elena ha delicatamente vigilato e discretamente dato una mano agli sviluppi, rinfrescando l’ambiente in un momento in cui la temperatura nella città di Roma sfiorava i 40 gradi e i pulli rischiavano, letteralmente, di cuocere.
La telefonata è di gioia: i cinque piccoli merli ce l’hanno fatta, tutti. L’ultimo ha appena lasciato il nido per cominciare quello svezzamento da nidifugo che è tipico dei merli, seguiti dai genitori mentre imparano a cavarsela tra le difficoltà della vita (a proposito: non raccogliete i piccoli merli se non essendo certi che siano abbandonati e in pericolo).
C’è, nella dedizione di Elena Gagliasso per i piccoli merli, qualcosa di commovente e di intelligente (sottolineo: intelligente) che va al di là della peraltro tanto vituperata empatia. C’è un avvertire la parentela. C’è un pensare agli uccelli, alla natura, al vivente e sentirsi lucidamente della stessa parte. C’è un senso di compresenza e responsabilità. C’è l’eco delle parole di Emily Dickinson secondo cui se aiuti un pettirosso non hai vissuto invano. C’è un’idea di natura e di mondo che è distante anni luce dalle piccolezze del Ddl 1552 e che è molto più coerente con la struttura del mondo, con la ricchezza e la complessità del vivente e la necessità di abitarlo in altro modo.
Invece che la supponenza della bioregolazione, c’è la delicatezza della solidarietà. Non la bioregolazione ma la bioetica.
Ciò nulla toglie ai problemi di convivenza (ad esempio i danni da fauna, o i problemi di una certa fauna urbana) e alla necessità di lavorare per trovare soluzioni adeguate. E però, appunto, soluzioni adeguate. Non trucchi, non espedienti, non inganni, non ingiustizie, non sciocchezze da Età di Neanderthal (con tutto il rispetto per quel lontano tratto del tragitto umano).
Il mondo non è nostro. Non abbiamo creato Bios e non ne disponiamo. Piuttosto, lo stiamo invadendo e annientando. Più che regolare, dobbiamo regolarci. Prima dei problemi che ci creano gli altri, è saggio affrontare i giganteschi problemi che noi creiamo agli altri, da cui dipendono, in buona parte, anche i problemi che gli altri creano a noi.
La bioregolazione sarebbe un delirio di onnipotenza privo di ogni chance tecnico-scientifica di successo se non fosse, più terra-terra, un mero espediente linguistico per promuovere la riforma della caccia nascondendone gli intenti reali. Bassi, molto bassi.
Bioregolazione = baffi finti messi alla riforma.
Al termine del suo articolo, Luisella Battaglia ha ricordato la risposta di Papa Leone alla lettera inviatagli dalla Lipu, con la quale il Pontefice ha definito le preoccupazioni sul disegno di legge sulla caccia e, in generale l’impegno per la natura, “una rilevante questione sociale e morale”.
È la conferma che, dopo Papa Francesco, anche Papa Leone continua l’opera di riflessione ecologica della Chiesa, passata dal “dominare sul cielo e la terra” al “custodire il creato”. È un cammino bello, incoraggiante, amico della biodiversità (e dei cinque merli) ed esattamente contrario alla traiettoria del legislatore italiano, che oggi tenta di ribaltare la normativa naturalistica e scavalcare la storia all’indietro.
Giocano a fare Dio. Si credono Dio.
Anche per questo, in un modo o nell’altro, perderanno.
*Direttore generale Lipu



