Tutto cominciò con una lettera. Il 1° aprile 1871, da Caprera, Giuseppe Garibaldi scrisse al suo medico personale Timoteo Riboli poche righe destinate a cambiare la storia del rapporto tra l’uomo e gli animali in Italia:
«Mio caro Riboli, V’invio una lettera della Signora Winter. Vi prego d’istituire tale Società annoverando la Signora come Presidente ed io come socio. Vostro, G. Garibaldi»
Da quella lettera nacque la Società Protettrice degli Animali — oggi ENPA, Ente Nazionale Protezione Animali — fondata da un eroe del Risorgimento, da una paladina britannica dei diritti animali e da un medico illuminato. Una fondazione internazionale, trasversale, visionaria.
Centocinquantacinque anni dopo, ENPA celebra il suo anniversario mercoledì 6 maggio alle ore 11.30 nella sala stampa della Camera dei Deputati.
Una scelta non casuale: Giuseppe Garibaldi era parlamentare, e le istituzioni sono il luogo in cui la protezione degli animali si è storicamente tradotta in norme, leggi, tutele. Da allora a oggi, un filo diretto che unisce impegno civile e responsabilità pubblica.
In questi 155 anni ENPA ha accompagnato l’Italia in ogni stagione, contribuendo a un’evoluzione normativa che riflette il cambiamento della coscienza collettiva: dalla prima repressione della crudeltà nel Codice Zanardelli alla definizione della fauna selvatica come patrimonio dello Stato, fino alla svolta degli anni Novanta con il divieto di soppressione dei randagi e il riconoscimento degli animali d’affezione come responsabilità pubblica.
Il passaggio decisivo arriva nel 2004, quando i maltrattamenti diventano delitti, e si completa nel 2022 con l’ingresso della tutela degli animali tra i principi fondamentali della Costituzione. Un percorso che ha trasformato gli animali da “cose” a esseri senzienti, fino a soggetti di tutela costituzionale.
L’appuntamento alla Camera non sarà soltanto celebrativo, ma rappresenterà un momento di confronto sulle principali urgenze nella tutela degli animali e sugli obiettivi non più rinviabili: dal contrasto ai reati contro gli animali alla prevenzione del randagismo, dalla tutela della fauna selvatica al rafforzamento del ruolo delle associazioni sul territorio.
Eppure, proprio mentre questo cammino trova il suo riconoscimento più alto nella Costituzione, emergono segnali preoccupanti in controtendenza. Il rischio oggi non è solo quello di rallentare i progressi, ma di arretrare.
Il dibattito in corso sulla cosiddetta “caccia selvaggia” lo dimostra chiaramente: mettere in discussione la tutela della fauna selvatica significa entrare in rotta di collisione con un percorso legislativo costruito in oltre un secolo e mezzo e con principi ormai sanciti anche a livello costituzionale ed europeo.
Fermare ogni deriva in questo senso non è una posizione ideologica, ma una necessità istituzionale. È la difesa di un principio: che la tutela degli animali e della biodiversità non è negoziabile, né sacrificabile agli interessi di pochi.
L’anniversario è dunque occasione per guardare avanti, con consapevolezza e responsabilità. La storia indica una direzione precisa. La sfida di oggi è non tradirla.
155 ANNI DI LEGGI PER GLI ANIMALI
Dalla tutela della “pubblica decenza” ai principi della Costituzione
Il percorso legislativo italiano in materia di protezione animale racconta, meglio di qualsiasi teoria, l’evoluzione della coscienza civile del Paese.
Il primo passaggio significativo risale al 1889, con il Codice Zanardelli: per la prima volta la crudeltà verso gli animali viene riconosciuta come comportamento sanzionabile anche al di fuori dei luoghi pubblici. Non è ancora una tutela dell’animale in sé, ma si supera l’idea che il problema sia solo “non turbare gli uomini”.
Nel 1913 arriva la prima legge organica, che introduce divieti concreti – come l’utilizzo di animali malati o esausti – e pone le basi di una regolamentazione più ampia. Tuttavia, con il Codice Rocco del 1930, la protezione resta ancorata a una visione utilitaristica: gli animali sono tutelati soprattutto in funzione della morale pubblica e della proprietà.
La svolta moderna si afferma nel secondo dopoguerra e si consolida negli anni Settanta. Con la legge 968 del 1977, la fauna selvatica viene finalmente riconosciuta come patrimonio indisponibile dello Stato: non più “cose di nessuno”, ma beni da tutelare nell’interesse collettivo.
Il vero cambio di paradigma arriva però negli anni Novanta. La legge 281 del 1991 segna un passaggio storico: vieta la soppressione dei randagi, riconosce le colonie feline, introduce strumenti di prevenzione come l’anagrafe canina e afferma un principio di responsabilità pubblica nella gestione degli animali d’affezione. L’anno successivo, con la legge 157 del 1992, la tutela della fauna entra stabilmente nelle politiche ambientali.
Nel 2004, con la legge 189, si compie un salto decisivo: i maltrattamenti non sono più semplici infrazioni, ma delitti. Entrano nel Codice Penale reati specifici come l’uccisione e il maltrattamento di animali, i combattimenti e gli spettacoli violenti, con pene detentive. È il riconoscimento giuridico della sofferenza animale come valore autonomo.
Nel 2010, l’Italia rafforza ulteriormente il sistema introducendo norme contro il traffico illecito di cuccioli e recependo la Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia.
Il passaggio più simbolico e definitivo arriva nel 2022, quando la tutela degli animali entra tra i principi fondamentali della Costituzione. Non è più solo materia di leggi ordinarie: diventa un valore fondante della Repubblica. Un percorso che ha trasformato gli animali da “cose” a esseri senzienti, fino a soggetti di tutela costituzionale, ulteriormente rafforzato dalle più recenti norme, come la legge 82/2025, la Legge Brambilla, che ha inasprito le sanzioni e consolidato gli strumenti di contrasto ai reati contro gli animali.
Oggi, dopo oltre un secolo e mezzo, il percorso è chiaro: da oggetti di proprietà e strumenti utili all’uomo, gli animali sono diventati soggetti di tutela giuridica, parte integrante di una visione moderna di civiltà, ambiente e responsabilità collettiva.
Eppure, proprio mentre questo cammino trova il suo riconoscimento più alto nella Costituzione, si affacciano tentativi concreti di riportare indietro le lancette della storia.
Le sfide non riguardano solo l’applicazione delle norme o il rafforzamento dei controlli, ma la difesa stessa dei principi conquistati. Oggi il punto è chiaro: evitare che decenni di progresso vengano smantellati.
Il disegno di legge sulla cosiddetta “caccia selvaggia” rappresenta, in questo senso, uno spartiacque. Mettere in discussione la tutela della fauna selvatica — riconosciuta come patrimonio dello Stato e protetta anche da obblighi europei — significa entrare in rotta di collisione con l’intero percorso legislativo costruito in 155 anni.
Fermare questa deriva non è una posizione ideologica, ma una necessità istituzionale. È la difesa di un principio: che la tutela degli animali e della biodiversità non è negoziabile, né sacrificabile agli interessi di pochi.
La storia indica una direzione precisa. La responsabilità di oggi è non tradirla.



