L’aumento delle temperature in quota sta trasformando la flora d’alta montagna, ma dietro l’apparente incremento della biodiversità si nasconde una perdita progressiva delle piante più caratteristiche. È quanto emerge da uno studio internazionale guidato dall’Università di Vienna, condotto insieme all’Università Boku e all’Accademia Austriaca delle Scienze, che ha analizzato la vegetazione presente su 62 cime montuose europee tra il 2001 e il 2022 nell’ambito dell’iniziativa di monitoraggio Gloria. Fino a pochi decenni fa, i brevi periodi favorevoli alla crescita, il gelo e il freddo costante limitavano la risalita di molte piante dai fondovalle. Con l’attenuarsi di questi vincoli termici, diverse specie hanno iniziato a espandere il proprio areale verso l’alto, facendo registrare un incremento complessivo del numero di piante rilevate sulle vette. Questo dato nasconde però un risvolto negativo: parallelamente all’arrivo di nuovi organismi, cresce la percentuale di specie che non vengono più trovate nei rilievi, con un’accelerazione evidente negli ultimi vent’anni. A fare le spese del fenomeno sono soprattutto le specie tipiche degli ambienti freddi e rocciosi di alta quota. I ricercatori hanno osservato che i tassi di scomparsa sono direttamente correlati all’intensità del riscaldamento subito dalle singole cime e aumentano nei settori inferiori dell’areale di presenza di ciascuna pianta. “I dati mostrano chiaramente che le specie avevano maggiori probabilità di scomparire dalle cime che hanno subito un riscaldamento più intenso. Questa correlazione era persino più forte della tendenza temporale”, spiega il primo autore dello studio, Johannes Wessely dell’Università di Vienna. La vulnerabilità riguarda in particolare i margini dove le condizioni sono già al limite. “In altre parole, quando le specie crescono già in siti più caldi della media, diventano più sensibili a un ulteriore aumento della temperatura”, sottolinea Harald Pauli, coordinatore della rete Gloria. La scomparsa di queste piante, tuttavia, non avviene all’istante. Le varietà d’alta quota sono note per essere resistenti agli stress e particolarmente longeve, caratteristiche che ne ritardano l’estinzione locale rispetto al momento in cui l’ambiente attorno a loro inizia a mutare. Questo intervallo temporale ha fatto sì che per anni venisse documentata soprattutto la colonizzazione da parte delle nuove arrivate, mascherando il declino numerico delle popolazioni autoctone. Secondo gli autori, quanto rilevato negli ultimi rilievi indica che il cosiddetto debito di estinzione accumulato nel tempo stia cominciando a manifestarsi concretamente. “Potrebbero quindi indicare che un debito di estinzione sta iniziando a essere saldato. Tuttavia, la validità di questa interpretazione necessita di ulteriori indagini”, chiarisce il coordinatore del progetto Stefan Dullinger. La ricerca, sostenuta dal Consiglio europeo della ricerca tramite il programma Horizon 2020, conferma come la sola conta numerica delle specie sulle vette non basti a descrivere l’effettivo stato di salute degli ecosistemi alpini di fronte al cambiamento del clima.
Editoriale
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